Santiago, Italia di Moretti in esclusiva all'Alfieri

Santiago, Italia di Moretti in esclusiva all'Alfieri

Quintino Maisto
Dicembre 4, 2018

I film di Nanni Moretti nascono da un Super 8, da qualche amico assoldato nel ruolo di attore, soprattutto dall'esigenza di raccontare la propria idea di cinema attraverso i drammi, se così si possono chiamare, di una generazione di giovani piccolo o medio-borghesi, che avevano smesso di fare politica attiva e che si ritrovavano a vivere in una specie di limbo generazionale. E il pubblico ha subito dimostrato di apprezzare la scelta: la proiezione di stasera è già "sold out". L'11 settembre del 1973 quel sogno finì all'improvviso con il bombardamento del Palazzo della Moneda e il colpo di stato di Pinochet. Il regista romano li incontra, li mette a proprio agio (nessuna testimonianza appare forzata o meno che naturale) e riesce a ottenere un racconto in tre parti compatto e progressivo: primo obiettivo raggiunto dunque, quello di rinsaldare la memoria storica. E Nanni Moretti, da uomo intelligente e in quanto tale da sempre restio a compiacersi e a parlarsi addosso, sa anche quando è il caso di correrlo, questo rischio. I Paesi democratici, tristemente, distolsero lo sguardo. E quel che successe dopo è anche peggio.

Arresti, torture e sparizioni si susseguirono per molti anni, portandosi appresso tutte le dolorose conseguenze culturali, etiche e personali.

Ma chi sono, dunque, queste persone?

Moretti non compare mai durante il film, solo una volta mostra il suo viso quando ribatte alle ragioni del generale Raúl Eduardo Iturriaga Neumman, in carcere fino al 2038 e tuttora fedele a Pinochet e alle ideologie del regime il quale dichiara di aver accettato l'intervista "per l'imparzialità del documentario", al quale Moretti risponde: "Io non sono imparziale". Questo scatenò un forte sentimento di solidarietà, umana prima di tutto, verso la comunità cilena in fuga dalla barbarie, ma dall'altra un senso di disillusione che contribuì, anche se non ne fu di sicuro il principale elemento scatenante, alle derive del terrorismo rosso degli anni a venire, alla mancanza di fiducia verso lo stesso istituto democratico. Pur non eccedendo in materiali d'archivio, i racconti sembrano materializzarsi nelle nostre menti, come nella testimonianza del regista cileno Patricio Guzmán, uno dei primi a essere tradotto allo stadio di Santiago poco dopo la morte di Allende. In quell'incredulità un po' stranita c'è tutta la sgomenta dolcezza con cui Moretti si sofferma sul Cile del '73 per parlare, in realtà, dell'accoglienza che gli italiani riservarono ai cileni che arrivarono nel nostro paese. Prendemmo l'autobus che ci portava a casa. Salvador Allende vinse le elezioni nel 1970 e fece dichiarare allo storico segretario di stato U.S.A. Henry Kissinger: "Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell'irresponsabilità del suo popolo".