Ruba alle poste, il giudice:

Ruba alle poste, il giudice: "Reintegrare il dipendente perché licenziato troppo tardi"

Prospera Giambalvo
Settembre 22, 2017

Rubare sul lavoro si può?

Come riporta ChietiToday, secondo il tribunale l'ente avrebbe dovuto licenziare subito P. R., 58 anni, vastese, dipendente delle Poste che nell'estate del 2012 si era appropriato indebitamente della grossa cifra, sottratta dalla cassaforte della filiale in cui lavorava.

Che l'Italia sia un Paese talvolta davvero molto curioso, lo attesta la singolare vicenda accaduta all'impiegato delle Poste di Vasto che, con grande sorpresa di tutti, anche degli addetti ai lavori, nonostante la colpevolezza per aver rubato del denaro dalla cassaforte dell'ufficio, è stato clamorosamente reintegrato sul posto di lavoro dal giudice Ilaria Pozzo, che ha motivato la sua decisione in modo altrettanto singolare e perfino bizzarro. Finito a processo per appropriazione indebita, il cinquantottenne nell'agosto scorso è stato condannato in primo grado a un anno e nove mesi di carcere, pena sospesa, dal tribunale di Vasto ed è stato definitivamente licenziato da Poste Italiane.

A tradirlo era stata un'intercettazione ambientale e telefonica: aveva catturato una conversazione privata in cui, sapendo di essere sospettato dai colleghi e sentendo sul collo il fiato degli inquirenti, valutava se fosse il caso di restituire il bottino: "Mi sa che mo' glieli riporto...". In sostanza, un paio di mesi dopo il furto, nell'ottobre 2012, la direzione trasferì il cinquantottenne a Chieti. E quando scattano le misure cautelari disposte dal giudice delle indagini preliminari, il dipendente infedele viene subito sospeso dal lavoro; per poi essere reintegrato il 12 maggio 2014, un anno e mezzo dopo, su istanza dei suoi avvocati Carmine Di Risio e Marialucia D'Aloisio.

Il motivo? "La società - si legge nella sentenza - sin da ottobre 2012 disponeva di tutti i dati sufficienti per procedere a una contestazione disciplinare". E commenta tutto contento al quotidiano Zonalocale: "Sono contento di poter ricominciare a lavorare. Sto rivedendo la luce e, con me, la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto".

"Il giudice ha applicato un principio di civiltà, perché il fatto deve essere contestato tempestivamente al lavoratore altrimenti si annulla il diritto alla difesa". Ma non l'hanno fatto, e dopo il danno ecco la beffa.