Dai voucher al lavoro a chiamata

Dai voucher al lavoro a chiamata

Aldobrando Tartaglia
Aprile 7, 2017

Via libera della Camera senza modifiche al decreto legge che ha abrogato i voucher e ha modificato alcune norme sulla responsabilità solidale negli appalti. L'Assemblea ha respinto tutti gli emendamenti. Il provvedimento ora va al Senato. Nelle ultime ore è arrivata la promessa del Governo di trovare una soluzione sul lavoro accessorio entro metà maggio. E anche Sinistra italiana si dice contraria: "Nessuno pensi di far rientrare dalla finestra i voucher, che grazie ai firmatari del referendum promosso dalla Cgil sono usciti dalla porta, con i mini jobs alla tedesca, che in Germania peraltro stanno cambiando, o con l'allargamento del lavoro a chiamata" chiosa Giorgio Airaudo.

Mentre si discute del modo in cui colmare il buco aperto dalla soppressione dei voucher nella creazione di occupazione, il lavoro a chiamata, uno dei possibili sostituti dei voucher (rimasti solo per asili nido e baby sitter), risulta in crescita, seppur molto lontano dall'utilizzo dei voucher finché questi erano consentiti. Il governo per evitare di varare un regolamento lavorativo che possa ricordare quello precedente (dei buoni lavoro) ha stabilito che le piccole aziende non potranno assumere più di un lavoratore a chiamata per volta. Resta uno strumento ad alta flessibilità. Prevede le ferie, la malattia, il versamento di contributi per la pensione che non sono infinitesimali. Anche se il dato dell'ultimo trimestre 2016 attesta una sensibile riduzione nel tasso di crescita tendenziale (+7,2% rispetto a +25,3% nel terzo, +32,2% nel secondo e +35,7% nel primo trimestre dell'anno scorso), i voucher sono risultati una modalità di occupazione più utilizzata rispetto al lavoro a chiamata. In questo caso, il lavoratore ha diritto a una somma aggiuntiva, pari al 20% della busta paga. Il decreto allo studio del governo cancellerà i due limiti d'età. Si sarebbe quindi creato un "buco" di un anno che, però, è stato coperto con l'autorizzazione a procedere, data dal ministero del Lavoro all'Inps.

Il contratto di lavoro intermittente è ammesso, per ciascun lavoratore con il medesimo datore di lavoro, per un periodo complessivamente non superiore a 400 giornate di effettivo lavoro nell'arco di tre anni solari, ad eccezione dei settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo.

Il meccanismo proposto prevede che il lavoratore offra la propria disponibilità all'azienda e attenda la chiamata, percependo per la disponibilità stessa una indennità di attesa.