Licenziata perché la credevano lesbica: scuola cattolica condannata a pagare risarcimento

Licenziata perché la credevano lesbica: scuola cattolica condannata a pagare risarcimento

Prospera Giambalvo
Giugno 24, 2016

E' successo al Tribunale di Rovereto, in provincia di Trento, che ha condannato l'Istituto paritario Sacro Cuore di Trento per "discriminazione nei confronti di un insegnante". Tale proposta suscitò l'indignazione della docente, la quale non venne riassunta e perse il diritto ad ottenere la conversione del proprio contratto in un rapporto a tempo indeterminato.

Lo stesso giudice inoltre ha stabilito che l'istituto dovrà risarcire con 1500 euro ciascuna la Cgil del Trentino e l'Associazione radicale Certi diritti perché la condotta della scuola è stata una "discriminazione collettiva" che "ha colpito non solo la ricorrente, ma ogni lavoratore potenzialmente interessato all'assunzione presso l'Istituto". Gli articoli sono disponibili su euronews.net per un periodo limitato.

L'istituto aveva negato di aver discriminato l'ex dipendente, dapprima sostenendo di non aver bisogno di ricoprirei l'incarico, poi tra le alte cose, giustificando il mancato rinnovo del contatto con la necessità di tutelare il proprio progetto educativo e anche accusando la docente di condotte improprie Il giudice nell'ordinanza nota però il cambiamento delle versioni su quanto accaduto dato dalla scuola e rileva che "la circostanza secondo la quale il gestore dell'Istituto avrebbe "sentito delle eco su di lei da parte di famiglie e colleghi insegnanti" appare niente più che una giustificazione difensiva a posteriori" mentre "appare in tutta chiarezza come il punto centrale del colloquio del 16.7.2014 fosse stato per suor Eugenia Liberatore quello dell'orientamento sessuale" della docente. "È il primo caso di condanna mai pronunciata per discriminazione individuale per orientamento sessuale e la seconda per discriminazione collettiva", ha sottolineato l'avvocato Schuster, legale dell'insegnante.

"Si tratta di una sentenza importante che ribadisce come il diritto alla libertà di religione non significhi "diritto" a discriminare".

Condannata a Rovereto una scuola paritaria cattolica che aveva chiesto a un'insegnante di spiegare perché vivesse con un'altra donna. "Un concetto che nel nostro Paese è bene ripetere spesso", ha commentato il segretario dell'Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti (Uaar), Stefano Incani: "Per noi dell'Uaar si tratta di un atto dovuto anche in considerazione del fatto che le scuole paritarie ricevono cospicui fondi pubblici e a maggior ragione dunque non possono porre in essere differenze di trattamento che violano la legge".

"Questa sentenza - prosegue Bocchino - dice che la vita privata di una persona, e segnatamente il suo orientamento sessuale, reale o presunto, non possono costituire un motivo di esclusione dal posto di lavoro".

L'insegnante in questione, alla scadenza del contratto, era stata convocata dalla responsabile dell'istituto che l'aveva incalzata con domande relative alla vita privata, nello specifico ad una presunta relazione con un'altra donna. Usare questi argomenti per screditare la professionalità di un'insegnate costituisce diffamazione, come ha giustamente riconosciuto il Tribunale di Rovereto.